lunedì 13 marzo 2017

Back to the Future il Lingotto 10 anni dopo.

Ero Presente. 
Lo ammetto.
Non alla prima di Ritorno al Futuro in versione ri-masterizzata, ma al Lingotto 2017.
Sveglia antelucana, taxi, freccia rossa, "Roma Termini" - "Torino Porta Nuova" 4 ore e 15 minuti. Alboreto is nothing.  Se fossi sceso a Porta Susa, sarei arrivato in Hotel sotto il muro delle 4 ore e 30 minuti. -
La mia partecipazione al "Lingotto 2017" non era richiesta, come non lo era richiesta neanche il 27 Giugno 2007, infatti ero uno dei pochi, almeno a mia memoria, ad essermi concesso il bis. 

La sceneggiatura di "Ritorno al Futuro", "Back in time" per gli anglofoni,  nasce quando  Bob Gale, cercando in cantina, trovò l'annuario scolastico di suo padre e scoprì che aveva ricoperto la carica di "class president" nell'ultimo anno di liceo. Gale pensò al suo class president, un ragazzo con cui non aveva nulla in comune, e si domandò se sarebbe potuto diventare amico di suo padre qualora fossero andati a scuola insieme. 

Walter Veltroni, il "padre" del pd, non ha partecipato ai lavori del lingotto. Assente per ragioni familiari.

Voglio ora provare ad immaginare con voi, se l'intervento di Veltroni -qui il testo integrale- fosse stato pronunciato Domenica 12 marzo 2017, anzichè nel 2007. 

Da una lettura veloce - voglio immaginare che non siate così masochisti - possiamo notare alcune simpatiche ricorrenze:

1) Valter ringrazia Prodi, che di nome non fa Paolo e non ha origini Marchigiane, di Filottrano nello specifico, sgombrando il campo dagli equivoci: "Il Pd conferma il suo sostegno deciso al governo". 

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2) parla di "unire gli italiani" contro le paure del nuovo secolo "Ridare speranza ai nuovi italiani, ai ragazzi di questo Paese convinti, per la prima volta dal dopoguerra, che il futuro faccia paura, che il loro destino sia l'insicurezza sociale e personale" .
- Paura contro Speranza sono il "fil rouge" del discorso di Matteo Renzi.

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3) La necessità di continuare il cammino:" Il Partito Democratico non è la pura conclusione di un cammino. Se lo fosse, o se si raccontasse così, inchioderebbe se stesso al passato."
- In Cammino è "lo slogan" del Pd da sempre, Macron ha copiato.

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4) Uno degli obbiettivi del Partito Democratico : " è porsi il problema che l'Istat ci ha appena detto essere intatto: la distanza tra chi sta molto bene e chi sta molto male, in Italia, non accenna a diminuire. "
 - Renzi sottolinea più volte come, la crisi abbia addirittura aumentato  queste differenze. Il sentimento della disuguaglianza tra classi è il vero avversario del PD e la nostra sfida più bella.

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5) L'italia ha bisogno di Crescita e Credibilità: " L'Italia ha bisogno di crescita. Il governo Prodi sta lavorando per questo, e le cifre, i risultati, stanno confortando lo sforzo e le scelte fatte. In una situazione di straordinaria difficoltà e con una eredità pesante sulle spalle, in un anno il governo ha portato avanti una grande opera di risanamento finanziario che oggi fa rispettare all'Italia i parametri europei, ha rotto un lungo immobilismo con le liberalizzazioni e l'apertura dei mercati, ha restituito credibilità all'Italia sia in sede politico-istituzionale che in sede economica. La nazionalità non si difende con le barriere, ma con una maggiore competitività, con un'ampia disponibilità all'innovazione. Penso ad esempio alle medie imprese. Il Paese vive di questo. Sono il cuore dell'Italia che produce, a cominciare dal Nord, anche perché ciascuna di esse porta con sé nella competizione globale un gran numero di micro-imprese. Stanno creando sviluppo, sono una delle carte più alte che abbiamo in mano per raggiungere possibili futuri successi. Vanno sostenute, vanno aiutate a diventare grandi, a non cadere in una spirale esclusivamente finanziaria, a spingere verso l'innovazione" 
- Il Primo settore in cui investire è quello della Cura della Persona e della Sanità, trattenendo i tanti giovani che si sono formati nel sistema universitario Italiano e che sono costretti a cercare lavoro all'estero. La parte centrale del discorso di Torino è incentrata sul Capitale Umano.

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6) Andare oltre l'odio personale: " Superiamo allora gli odi, i rancori e le divisioni che impediscono di guardare con lucidità alla situazione economica. La ripresa economica non è né di destra né di sinistra: è un bene per tutto il Paese, e tutti abbiamo il dovere di fare ciò che è necessario per prolungarla, rafforzarla, estenderla ai settori e ai territori che ancora non l'hanno agganciata. Un duraturo e moderno sviluppo economico non si ottiene se ciascun soggetto, ciascuna impresa, ciascuna categoria, si rinchiude in sé stessa come una monade isolata dal contesto esterno. Non si fa sviluppo con l'egoismo. E nemmeno con l'egoismo nazionale."
- Le Prime parole di Matteo Renzi sono di incoraggiamento agli altri candidati.

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7) Contro L'euroscetticismo: "Ogni nostalgia nazionalistica è del tutto anacronistica. In un'Europa debole e divisa, nessuno Stato nazionale, grande o piccolo che sia, è in grado di assicurare ai suoi cittadini prosperità, sicurezza, libertà, pace. E' solo l'Unione, che non cancella identità e culture nazionali, che può riuscire a far questo. Può riuscire solo un'Europa politica e democratica, che abbia più peso e più responsabilità, che segua il principio guida fissato all'inizio dell'avventura europea, quello della limitazione delle sovranità nazionali.   L'azione che il governo italiano sta portando avanti, il ruolo che lo stesso Presidente Napolitano svolge, sono la prova di quanto sia importante che i Paesi più convintamente europeisti, come il nostro, non lascino che l'Unione venga sospinta al largo dal vento dell'euroscetticismo, che in questo momento soffia forte. Che non rinuncino all'idea di far procedere speditamente l'Europa con il principio della doppia maggioranza e con lo strumento della cooperazione rafforzata. L'Europa ha bisogno di un'Italia stabile, forte, che cresce" 
Se prima soffiava forte il vento dell'euroscetticismo, oggi le vele delle navi spinte da quel vento sono arrivate al porto.
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8) Il 20-20-20 , i mutamenti climatici e l'ambiente:  "I mutamenti climatici sono il primo banco di prova di questa vera e propria sfida. Dobbiamo convincerci tutti che l'aumento dell'effetto serra causato dal modo tradizionale di produrre e consumare energia non è un problema di astratta e accademica ecologia. I cambiamenti del clima sono ormai un drammatico dato di fatto: fermarli non è solo un dovere etico verso le future generazioni, è un interesse tremendamente concreto di noi contemporanei. In cima alle priorità della politica e dell'azione pubblica deve stare il futuro ambientale del nostro Paese e dell'intero pianeta. Affrontare i cambiamenti climatici. Realizzare gli obiettivi di Kyoto, e i successivi che sarà necessario darsi per ridurre le emissioni. Potenziare le azioni di risparmio energetico. Espandere l'uso delle fonti rinnovabili. Investire in dosi massicce sulle infrastrutture e sulle tecnologie per la mobilità ecosostenibile. Mettere l'apparato industriale e di ricerca italiano in linea con quelli dei paesi che prima di noi hanno investito sulle nuove tecnologie per l'ambiente. La strada è quella indicata dai tre "20%" fissati come obiettivo al 2020 dall'Unione Europea: +20% di fonti rinnovabili, -20% di consumi energetici, -20% di emissioni di gas serra. Che vuol dire consumare molta meno energia per ogni euro di Pil prodotto, diffondere l'uso dell'energia solare ed eolica, promuovere il risparmio energetico nell'industria, nei trasporti, nei consumi civili. "
Con l'orgoglio che il tema merita Renzi sottolinea che gli obbiettivi sono stati raggiunti e superati abbondantemente dal nostro Paese, non solo nelle rinnovabili, ma anche nella riduzione dei consumi (-28%) e riduzioni delle emissioni di CO2 ( target raggiunto nel 2015).

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 9 ) Green Economy: "Quello a cui pensiamo è l'ambientalismo che proponendosi di diventare politica generale, informatrice di ogni scelta, rifiuta la logica del no a tutto. Non si può dire no all'alta velocità se poi l'alternativa è il traffico che inquina e la qualità della vita che peggiora perché per spostarsi ci vuole il doppio del tempo e il doppio dei consumi, il doppio dell'energia. Non si può dire di no al ciclo di smaltimento dei rifiuti moderno ed ecologicamente compatibile e lasciare che l'unica l'alternativa siano discariche a cielo aperto ed aria irrespirabile e nociva. Quello a cui pensiamo è l'ambientalismo dei sì. Sì a utilizzare le immense possibilità della tecnologia per difendere la natura. L'ambientalismo è l'unico campo in cui l'obiettivo più radicale è conservare: conservare un equilibrio naturale. Ma è anche l'unico campo in cui l'unico modo per conservare è innovare: dal ciclo di smaltimento dei rifiuti, appunto, alla possibilità di muoversi usando infrastrutture su ferro; dall'uso dell'energia solare all'idrogeno. Sono le conquiste scientifiche e tecnologiche a consentire, oggi, di difendere l'aria, l'acqua, la Terra. "
Dobbiamo accompagnare le imprese ad investire sull'Ambiente e sull'innovazione tecnologica.

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10) La Sicurezza e l'immigrazione:  " La sicurezza. Cominciamo con l'essere chiari: nessuno scrolli le spalle o definisca razzista un padre che si preoccupa di una figlia in un quartiere che non riconosce più. La sicurezza è un diritto fondamentale che non ha colore politico, che non è né di destra né di sinistra. Chi governa ha il dovere di fare di tutto per garantirla. "
Avendo ben presente il presupposto: integrazione e legalità, multiculturalità e sicurezza, vivono insieme. Insieme stanno. Insieme cadono. Chi viene da lontano per scappare dalla fame e dalla guerra non può che essere almeno accolto da un Occidente egoista e avido. Ma per chi ruba ai cittadini quel bene prezioso che è la serenità c'è solo una risposta, ed è la severità e la fermezza con cui pretendere che rispetti la legge e che paghi il giusto prezzo quando questo non accade, quale che sia la sua nazionalità. Chi viene qui per fare male agli altri o per sfruttare donne o bambini deve essere assicurato alla giustizia, senza se e senza ma. Dalla mia esperienza di questi anni ho imparato che la visione nazionale di un problema fondamentale come questo diventa concreta quando viene calata nella realtà del territorio. Quando la cooperazione forte tra governo e amministratori è una scelta non episodica ma strategica. Perché noi continuiamo a basarci su un modello che è sempre lo stesso da quarant'anni, mentre nel frattempo l'Italia è cambiata, sono cambiati gli insediamenti urbani e il territorio da governare è diventato più ampio ed eterogeneo, sono cambiati gli stili di vita delle persone.
La sicurezza non è un concetto di Destra, Minniti Docet.

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11) Il Confronto Civile con gli altri partiti: "Sei anni come Sindaco di Roma mi hanno convinto, e credo di poter dire abbiano convinto soprattutto i cittadini romani, al di là delle naturali e legittime convinzioni di ognuno, che è possibile confrontarsi in modo civile e trasparente senza che nulla venga tolto alle rispettive idee. Avendo come unico ed esclusivo interesse il bene della propria comunità, la qualità della vita delle persone."
Matteo ha esibito un bon-ton istituzionale anche nei confronti della duplice morale garantista/giustizialista del M5S.

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12) Il partito aperto: "Il partito che immagino è un luogo aperto. Aperto, in primo luogo, ai giovani. Il gruppo dirigente dovrà essere composto, a tutti i livelli, dai nuovi ragazzi che nei partiti come nella società hanno voglia di spendersi per il loro futuro e per quello del Paese. Aperto ai cittadini, a quei movimenti che nel corso di questi anni hanno interpretato meglio la domanda di cambiamento, di rinnovamento della politica, che veniva dalla società italiana. Aperto a livello regionale, dove insieme a coloro che vengono da storie e da appartenenze di partito dovranno partecipare, contare e decidere, associazioni, gruppi, comitati e singoli cittadini. Così daremo vita ad un partito federale, dove il principio dell'autonomia guiderà le scelte riguardanti le persone che vivono e lavorano in quel determinato territorio. E un partito nuovo può dirsi davvero nuovo solo se sarà composto, a tutti i livelli, almeno per metà, da donne. Negli organismi, nei governi. Quelle donne che hanno realizzato conquiste fondamentali per sé e per la società intera .
Obbiettivo quote Rosa, centrato! Il Partito aperto, invece, per Renzi non è più sufficiente deve essere in grado di accogliere.


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13) L'appello Strappalacrime: Permettetemi di concludere leggendovi poche righe. Parole di una nuova italiana. Di una ragazza della mia città, una ragazza di quindici anni. I suoi genitori hanno acconsentito che io usassi i pensieri raccolti in una sua lettera, perché lei non c'è più. Era una ragazza che doveva venire con noi in uno dei viaggi che facciamo in Africa con gli studenti delle scuole romane. Sono parole che mi tornano alla mente ogni volta che vedo emergere i segni di una società chiusa in una rabbia e in un egoismo cieco. Sono parole pensate e scritte solo due mesi prima di morire, in una lettera indirizzata ai suoi genitori nei giorni di Natale. "Durante la malattia, devo ammetterlo, ho pensato spesso e volentieri di essere la persona più sfortunata del mondo, e per questo mi vergogno di me stessa e mi considero cattiva ed egoista. Non ho pensato che ci sono persone nel mondo che, oltre alla malattia, devono combattere contro fame e povertà. Per questo ho deciso di regalarvi (anzi, regalarci) un'adozione a distanza. Spero di avervi fatti felici. Mi dispiace di non avere un regalo che possiate scartare, ma spero così di lasciarvi sorpresi". 
I #pischellincammino, saranno invece uno dei simboli del PD che non rinuncia a coinvolgere i giovani, anche singolarmente.
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Sono molto soddisfatto nell'aver riunito i punti di contatto tra il Partito Democratico del 2007 e il Partito Democratico del 2017 in 13 punti.
13 uno dei numeri Cabalistici più belli che ci sia, a meno che voi non siate Triscaidecafobici.

Ecco quindi che comprensibilmente dopo queste poche righe, potrete apparire delusi, potrete inneggiare alla sempreverde corrente di pensiero del "soppassati10annienonavetefattouncazzismo" ma vi sbagliate!
E di Grosso!

Tra la relazione di Veltroni e quella di Renzi ci sono delle differenze non banali:

Renzi lo dice chiaramente: Nel 2008 c'è stato un cambio di Paradigma.
Sembra di essere a Chicago nel '62. Scusate il vezzo da epistemologo, ma Kuhn è Kuhn, "spendeteli 'sti 16 euri"

Non occorre essere eredi di Jonny Mnemonic , infatti, per ricordarci che, nel 2008, il continente americano ( detto anche il "cliente del mondo", ovvero il maggior importatore del mondo) ha avuto un piccolo problema di solvibilità con i fratelli "Lehman" e come in ogni "American gangster movie" che si rispetti c'è scappato il morto, ovvero una crisi globale.

Invece di riflettere sull' "Effetto Farfalla" che si sviluppa in un capitalismo improntato su leggi liberiste, dove il capitale è "libero di muoversi come gli pare" e per le quali se un tizio in America non paga il muto per essersi comprato la seconda casa a San Francisco, l' Italiano subisce, se je dice male, delle delocalizzazioni e se je dice bene delle svalutazioni del salario, proseguiamo nel nostro più nobile intento di definire le differenze tra il PD 2007 vs il PD 2017. Forse raggiungeremo comunque il nostro obbiettivo.

Io ne ho riscontrate 3 (altro numero cabalistico, oggi sono palesemente ispirato dalla volontà divina)


1) Europa e Antipolitica: "io voglio dire qui con molta forza noi siamo quelli che rifiutano l'antipolitica. Questo non può essere uno slogan per il quale ci lamentiamo del grillino di turno perché il populista è anche il tecnocrate abituato a fare come gli pare, senza alcun rapporto con la cosa pubblica. Ecco la politica. l' antipolitica è anche il burocrate del ministero perché tanto il ministro passa e lui resta e questo tipo di antipolitica va combattuto, rivendico all'azione del governo di questi anni il tentativo di retribuire il primato alla politica ma la politica deve essere capace di indicare una direzione non di inseguire una corrente o peggio di dividersi tra correnti.
O il PD diventa quello strumento che dà una visione per i prossimi 10 anni al paese o diventa, come gli altri, un soggetto che non serve più.
Se dobbiamo parlare del progetto dei prossimi 10 anni io parto da Bruxelles. Ritengo che questo sia il punto qualificante il nostro lavoro in Europa è un tema che dobbiamo mettere al centro della nostra discussione e per farlo dobbiamo sicuramente partire da tre considerazioni: e cioè che bisogna lavorare meglio sulla sicurezza e la difesa comune spiegando che l'obiettivo di difendere la sicurezza dei nostri concittadini non è un concetto di destra ma è un concetto di difesa  di chi è più in difficoltà di chi è più sofferente. Poi c'è il grande tema della moneta del fisco io penso che non ci sia spazio per un'Europa che non metta insieme regole fiscali uguali. Abbiamo tutti bisogno di rispettare la regola del deficit però è impossibile che ci siano dei Paesi che hanno delle aliquote fiscali scandalose, al punto da essere quasi dei paradisi fiscali e naturalmente tutto il tema della ricerca delle grandi reti.
Però amici, diciamocela tutta, noi in questa battaglia delle primarie dobbiamo tirare fuori delle proposte concrete è la prima che io mi sento di avanzare e quella di togliere la gestione della politica europea soltanto a delle tecnocrazia delle burocrazie degli addetti ai lavori. Dobbiamo rimettere in campo il principio democratico in Europa. L'Europa è stato il più grande luogo dell'avanzamento democratico degli ultimi 70 anni però negli ultimi 20 ha totalmente perso ogni tipo di rapporto con la democrazia per questi motivi credo che l'Italia dovrà impegnarsi per l'elezione diretta del presidente della commissione. Democrazia non burocrazia. Sappiamo che questo obiettivo è un obbiettivo di medio periodo perché non avverrà nelle prossime elezioni, iniziamo noi del partito socialista europeo col dire che chi sarà il candidato del partito socialista europeo la presidenza della commissione lo sceglieremo con primarie transnazionali ed europee tutti insieme dando ai cittadini il potere.

Il disegno di Matteo appare chiaro, un Unione Sovrana di Stati Sovrani, come più spesso sottolineato dal professor Fabbrini. E rilancia ancora "Per anni una parte delle "Élite" ha considerato l'Europa come lo strumento per convincere gli italiani riluttanti a fare riforme che altrimenti non avrebbero voluto fare. Ci sono stati dei premier che andavano in Europa come noi andavamo a scuola con la giustificazione in mano. Premier tecnici animati da una sorta di sentimento anti-patriottico, anti-italiano, come se il Paese fosse irrimediabilmente compromesso  e poi tornavano a casa e dicevano "ce lo chiede Europa" perché erano convinti che dicendo "ce lo chiede Europa" gli italiani avrebbero finalmente capito, perché se no gli italiani da soli non capivano. Io penso che quella stagione ha migliorato "forse" ,"forse", i conti pubblici, ma disintegrato l'idea d'Europa che i padri fondatori ci avevano consegnato e allora vorrei che la rovesciassimo a partire dall'appuntamento di Roma del 25 marzo quella stagione in cui Europa ce lo chiede, deve essere messa da parte siamo noi che chiediamo all'Europa di cambiare"

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2) Un nuovo Ruolo e nuovi strumenti per il  PD : "il PD in Italia è l'unica alternativa al doppio modello partito azienda da una parte, partito algoritmo dall'altra. Da questo punto di vista non c'è da sorridere, c'è da essere tristi per questo. Noi saremo felici quando il PD non sarà l'unico partito che pratica la democrazia interna, noi saremo felici quando il modello del PD non sarà un'eccezione, anche se dobbiamo dire proprio per questo che chi spara contro questa comunità in questo momento non fa male soltanto i militanti di quella comunità ma indebolisce l' argine della tenuta del sistema democratico del paese. Noi dobbiamo fare meglio, noi abbiamo fatto degli errori, noi dobbiamo migliorare il modello del PD, noi non abbiamo risolto il nodo originario del partito democratico. Allora parlammo del partito leggero quando c'era Veltroni, poi abbiamo parlato del Partito Pesante quando è arrivato Bersani. Credo sia il tempo di non continuare con questa discussione partito leggero partito pesante. Ci vuole un partito pensante, che sappia discutere, che sappia dialogare, che sappia ascoltare ma che sia consapevole della propria forza perché questo siamo noi. Deve essere chiaro che l' identificazione del ruolo tra il segretario del partito e il candidato alla guida del governo non è semplicemente una norma dello statuto e non è neanche un'ambizione personale, è una consuetudine europea che è fondamentale nel dibattito continentale. Se io non fossi stato a capo del partito non avrei ottenuto nessuno dei risultati ai quali siamo arrivati in termini di flessibilità. Non la  presi perché ero il capo del governo, ma perché avevo un partito del 41%, un consenso della la gente. Quando si discuteva con la Merkel dei temi della flessibilità il mio biglietto da visita era 11.2 i milioni di voti che aveva preso il partito democratico alle elezioni europee del 2014. Perché è il consenso la base di qualsiasi rivendicazione se non hai una forze attrattiva in termini di consenso non puoi pensare di riuscire a cambiare le cose adesso. Lo riconosco per primo io, non abbiamo sciolto il tema del modello partito, la necessità di un metodo diverso e di maggiore collegialità è prioritaria. Sono il primo a riconoscerlo e non a caso abbiamo presentato un ticket e non soltanto un candidato. Fatemi ringraziare Maurizio Martina per aver accettato questa sfida insieme. Non basterà il Ticket, non vorrei che qualcuno dice, ora pensa di cavarsela col ticket. non basta non basta lo dico per primo io. Noi abbiamo bisogno di fare di più sulla formazione politica abbiamo bisogno di evitare alcune improvvisazioni al potere che abbiamo noi, devo dire non soltanto noi. Domani Massimo Recalcati da questo palco racconterà una straordinaria esperienza che sta facendo il PD milanese a partire dal 20 maggio. La offriamo, l'abbiamo offerta, al Partito,a chi sarà il segretario  a partire dal 20 maggio, questa scuola di formazione politica, che durerà per 4 mesi, ma è una scuola di formazione politica che costituisce il trailer, il promo, di quello che noi vogliamo fare dal 2018 il nostro sogno è quello di una scuola nazionale che duri 9 mesi per 200 persone. C'è bisogno di imparare, di studiare, di conoscere.

E ancora sui circoli: "Non credo che si possa risolvere il problema aprendo qualche circolo in più, anche perché il tema non è se apri 3 circoli in più, ma se apri qualche ora in più quello stesso circolo come punto di riferimento. Non è facile dobbiamo essere capaci di offrire nelle sedi sul territorio una dimensione umana, il circolo del PD deve diventare un luogo che va oltre il PD deve fare vita sociale e politica, ma deve essere anche il punto di riferimento per chi vuole affrontare un problema legato alla protezione civile se c'è un emergenza, un luogo per chi vuole dare una mano se c'è un problema nel quartiere. Deve essere un luogo nel quale si respira umanità, perché siamo tutti amici tutti su facebook, ma poi la dimensione umana è quella che fa la differenza è questo il grande tema della globalizzazione.

E sul web:

Ma accanto a questo, non giriamoci intorno, esiste un problema gigantesco, lo sapete bene, ci conosciamo, che è quello della rete. I dati del referendum hanno detto che il sentimento sulla rete era " 87 per il no 13 per il si". Perché noi non ci siamo organizzati, certo! Perché gli altri usano i troll, vero! Perché siamo nel tempo delle fake news, Ok!. Ma l'elenco dei problemi non può bastare a una comunità di donne e uomini che vuole cambiare l' Europa e l'Italia. Apriremo la nostra piattaforma internet totalmente rinnovata si chiamerà Bob, come Bob Kennedy. come quel mito che per molti della generazione più grande della mia si era presentato come il sogno spezzato. Chi vorrà avrà la sua password e il suo pin, potrà partecipare, discutere, dialogare. E' la piattaforma che si collega allo straordinario popolo delle Feste dell'Unità. Non sono due cose in contrapposizione. Dobbiamo avere una dimensione più umana, circoli più aperti, ma contemporaneamente non lasciare la straordinaria invenzione del web nelle mani di chi per professione fa business e fa soldi con gli ideali degli altri

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3) L'identità della sinistra: Ma la questione che ci deve caratterizzare è quella che sta all'articolo 1 della Carta Costituzionale questo è un paese che ha fondato sul lavoro.Va respinto il riferimento al reddito di cittadinanza per un motivo molto semplice se uno non ce la fa devi dargli un paracadute deviaiutarlo, devi farti prossimo, devi crearti un occasione di lavoro per i fargli fare formazione professionale ma se tu affermi il principio per cui uno che non ce la fa comunque può rilassarsi tranquillamente gli dai uno stipendio affermi il principio che la rendita è più forte dell'occupazione che non c'è la possibilità di mettersi in gioco. Noi vogliamo un paese fondato sul lavoro non sull'assistenzialismo. Noi vogliamo lavoro non sussidi.

Riscopriamo i nostri valori: Ho finito davvero c'è però da chiudere, ritornando al punto di partenza non è una chiusura perché naturalmente saranno i prossimi mesi prossimi giorni le prossime settimane a segnare il nostro cammino ma io vorrei che chi accetta la sfida del lingotto, tornare a casa per ripartire insieme fosse capace di una provocazione, un'altra. Che è quella di dire che se la società aperta oggi è in crisi noi dobbiamo difendere la società aperta non genericamente, affermando l'idea che la globalizzazione è bella e fa bene. Ma affermando il principio che la società aperta è un valore se riscopriamo alcune parole e le portiamo in questa parte del campo di gioco nel campo di gioco della sinistra una su tutte, io penso che la parola identità sia una parola di sinistra. Io penso che il valore culturale identitario di ciò che siamo non può essere lasciato ad una cultura soltanto di destra e il primo elemento del identità è la difesa del patrimonio culturale e delle radici filosofiche e spirituali che ciascuno di noi ha.
Il punto fondamentale che ci caratterizza e che ci fa diventare particolarmente credibili con noi stessi e quello di essere in grado di liberarsi dall'atteggiamento soltanto contro di chi sà soltanto fare polemica, di chi sta soltanto distruggere l'avversario. Le migliaia di persone iscritte al PD dicono che c'è un popolo indomito, appassionato, curioso e questo popolo non vuole lasciare il futuro dei propri figli nelle mani di chi sta so lamentarsi è un popolo patriottico perchè l' identità e la patria appartengono anche alla sinistra. Chiudo con questo: Orwell, quello del Grande Fratello, nel 1941 momento della guerra dice una frase straordinaria "il patriottismo non ha niente a che fare con il conservatorismo anzi, esattamente il contrario del conservatorismo il patriottismo è un ponte tra il passato e il futuro ed è per questo, scrive, che il patriottismo è la sinistra dovranno prima o poi tornare insieme.
Per me la missione del PD è qui, dare un'anima democratica all'Europa prendersi cura dell'italia da curare, affermare una identità culturale e sociale umana di un patriottismo dolce che restituisce dignità politica alla politica e bellezza all'Italia.

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Non vi nascondo che per me è stato un discorso molto forte. Abituato come ero ad una Sinistra che definiva se stessa solo in antagonismo rispetto agli altri. Prima  in antagonismo a berlusconi, dopo in antagonismo ai 5Stelle, Renzi ci spiega che non dobbiamo rassegnarci ad una sinistra antagonista, ma protagonista del futuro del proprio Paese, del proprio Continente e del Mondo che immagina.
L'antico vizio del "Maiconaltrismo", la corrente di pensiero che ci ha portato spesso a dire "Al governo mai con....", (scegliete voi, li abbiamo detti tutti) appare logora di fronte alle sfide che attendono gli iscritti, i militanti ed i dirigenti del Partito Democratico. Il nostro programma è netto e chiaro, sappiamo chi siamo e dove vogliamo andare. In Cammino.




 

giovedì 9 marzo 2017

Maestra ho copiato!

L’idea di risolvere i conflitti interni di un paese ricorrendo ad aiuti esterni è tipica dei paesi in via di sviluppo, o di quelli di recente costruzione, o comunque poco coesi. Non è chiaro quanto questo metodo sia davvero utile allo sviluppo dei paesi, tuttavia con il progresso economico e sociale le caratteristiche che li rendono fragili tendono gradualmente ad attenuarsi di pari passo con il rafforzamento delle istituzioni democratiche e della struttura produttiva. L’Italia è una nazione relativamente giovane, unita 150 anni fa quando ancora però c’erano da “fare gli italiani”. Passata attraverso due guerre mondiali, prende forma come Repubblica solo 70 anni fa. L’Italia repubblicana ha sempre conosciuto una qualche forma di vincolo esterno, a cominciare da una fase iniziale di relativa prosperità, guidata dalla ricostruzione post bellica sostenuta dagli Stati Uniti. Con la fine del sistema di Bretton Woods, l’Italia cerca di ritrovare un aggancio esterno, prima con il sistema monetario europeo e poi – dopo il suo fallimento – con l’unione monetaria europea. Questi vincoli diventano sempre più stringenti, poiché la liberalizzazione dei movimenti di capitali, assieme alla rigidità del cambio, alla perdita della politica monetaria e ai limiti alla politica fiscale, limiteranno fortemente la capacità di condurre le politiche macroeconomiche a livello nazionale.
Il vincolo esterno 
Verso la fine degli anni ’70, l’ex-governatore della Banca d’Italia Guido Carli professa tutto il suo pessimismo rispetto alla qualità della classe politica italiana e alla sua capacità di guidare il paese in uno spirito di modernità e riformismo, richiesto dal funzionamento di un’economia di mercato.
Successivamente scriverà: “La nostra scelta del ‘vincolo esterno’ nasce sul ceppo di un pessimismo basato sulla convinzione che gli istinti animali della società italiana, lasciati al loro naturale sviluppo, avrebbero portato altrove questo Paese”. (Guido Carli, Cinquant’anni di vita italiana).
In particolare, il controllo della politica monetaria, resa prima indipendente da quella fiscale e in seguito addirittura ceduta a un’entità sovranazionale difficilmente controllabile da qualsiasi governo, poteva definitivamente risolvere il conflitto interno, vincendo le resistenze di chi a sinistra voleva mantenere un ruolo importante dello stato nell’economia. Il vincolo esterno consentiva di indebolire i governi, spingendoli a prendere decisioni impopolari: non avendo più la politica monetaria a disposizione, ogni aggiustamento doveva essere necessariamente realizzato attraverso svalutazione interna di prezzi e salari, con buona pace dei sindacati, dei movimenti operai, dei rappresentanti politici del mondo del lavoro; la proibizione per la banca centrale di garantire il debito pubblico, metteva sotto pressione anche la politica fiscale; l’unica leva a disposizione rimaneva una politica dei redditi destinata ad assorbire tutti gli squilibri macroeconomici. Non tutti gli intellettuali dell’epoca sottoscrissero questa visione, si pensi ai dubbi di Federico Caffè in merito, e nemmeno tutti i partiti politici, si pensi alle posizioni del PCI fino al 1978 in merito all’adesione al sistema monetario europeo. Tuttavia pezzi fondamentali di classe dirigente italiana sposarono appieno la linea di Carli e si adoperarono per realizzarla.
Il primo e più convinto sostenitore delle virtù del vincolo esterno nel disciplinare partiti, sindacati e amministrazioni pubbliche italiane fu Carlo Azeglio Ciampi. Di fatti il primo e più importante passo fu il cosiddetto “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia, realizzato nel 1981 da un gruppo di tecnici, guidati da Ciampi per la Banca d’Italia e da Beniamino Andreatta per il Ministero del Tesoro, senza passare per alcun dibattito parlamentare. La portata storica di quella decisone è facilmente intuibile: da quel momento in poi la Banca d’Italia toglieva la garanzia del collocamento integrale dei titoli di stato, cioè eliminava la possibilità di calmierare i tassi d’interesse che il mercato poteva richiedere allo stato per rifinanziare il suo debito, di fatto mettendo lo stato in mano al mercato. “Un importante progresso” lo definì Ciampi nelle sue considerazioni finali di quell’anno, perché:”solo arrestando il degrado monetario si può ottenere un durevole ritorno dei privati sui titoli a lunga e ottemperare al dettato della tutela del risparmio” (p.896).
Vale la pena ricordare che in quel momento il debito pubblico italiano era basso, che esso aumentò vertiginosamente nel decennio successivo, e soprattutto che la maggior parte dell’aumento non fu dovuto alla spesa corrente ma alla spesa per interessi. In altre parole, dal 1981 lo Stato fu vincolato al ricatto del mercato, che poté limitarne da lì in poi il margine di manovra. Inoltre le politiche monetarie della Banca d’Italia furono orientate al mantenimento della parità di cambio imposta dal sistema monetario europeo, piuttosto che a considerazioni di equilibrio economico interno.

Spesa primaria (esclusi interessi sul debito) e spesa totale in % al PIL 



Fonte: Fondazione Robert Schuman, dati Banca d’Italia.

Il secondo passo fondamentale del “vincolismo” fu l’adesione a un sistema monetario sovranazionale, che vincolasse anche la politica monetaria già indipendente della Banca d’Italia. Il sistema monetario europeo era l’anticamera del progetto di unificazione monetaria; la firma del Trattato di Maastricht, il cui negoziato per l’Italia fu condotto dallo stesso Carli, rappresentò poi il sigillo alla costruzione del vincolo esterno. La mobilità dei capitali, la perdita della leva di politica monetaria, la proibizione di trasferimenti, l’assenza di un bilancio comune e di qualsiasi meccanismo di stabilizzazione automatica, e i vincoli asimmetrici alla politica fiscale nazionale, configuravano un potentissimo vincolo esterno di impronta neoliberista, che non avrebbe più permesso ad alcun governo di sfuggire all’agenda politica ed economica dominante: pressione sulla sostenibilità del debito pubblico, quindi dismissioni del patrimonio pubblico e privatizzazioni, svalutazione del lavoro e compressione salariale, aumento del credito (debito) per compensare la domanda interna, e finanziarizzazione dell’economia. Tale agenda dominante fu un consenso maturato fra le élites tecnocratiche, che contribuì all’affievolimento del potere di controllo democratico e a una vera e propria “de-democratizzazione” nei paesi che vi aderirono.
L’idea di fondo era che le tensioni redistributive interne fra capitale e lavoro potessero sostanzialmente risolversi vincolando la politica monetaria e scaricando sulla svalutazione del lavoro il peso di ogni aggiustamento macroeconomico. Inoltre, il nuovo consenso stabiliva l’inefficacia degli stimoli della politica fiscale, indipendentemente dalla situazione congiunturale del ciclo economico. È paradossale che le teorie sulle quali queste convinzioni si basavano considerassero i cittadini allo stesso tempo come degli individui perfettamente informati e razionali da scontare in anticipo gli effetti futuri sulla tassazione di un’espansione fiscale presente, ma anche degli individui completamente incapaci di scegliersi un governo e una politica economica adeguata, attraverso un processo elettorale. In questo paradosso si riassume la contraddizione interna del modello teorico al quale l’Italia si stava vincolando.
La classe dirigente 
Il PCI, che pure aveva maturato al suo interno una riflessione acuta e profonda sui rischi dell’adesione al sistema monetario europeo (si pensi ai discorsi di Spaventa, Barca, e Napolitano), cambiò bruscamente rotta alla fine del 1978. Sarà interessante per gli storici andare a studiare cosa esattamente accadde in quei mesi, successivi all’assassinio Moro, in cui la dirigenza del più grande partito comunista d’occidente accettò di fatto le linee programmatiche di politica macroeconomica del grande capitale, con l’obiettivo di diventare “credibile” come forza di governo. Lo diventerà, poi, forza di governo, nel mondo post-comunista, nella cosiddetta “seconda Repubblica”, nelle sue nuove varie forme (PDS, DS, PD), anche se non è forse un caso che non riuscirà mai a trovare fra le sue fila ed esprimere una personalità in grado di gestire il Ministero più importante per l’indirizzo di politica economica, quello dell’economia e delle finanze, dovendo sempre appaltare a “tecnici” e “indipendenti” la gestione della politica economica, da Ciampi fino a Padoan.
Inizialmente poteva forse esserci un po’ di pudore, nel trovarsi ad applicare politiche deflazionistiche di svalutazione interna, attraverso moderazione salariale, e di limitazione del ruolo dello stato, attraverso privatizzazioni su larga scala dei servizi pubblici più importanti. In seguito divenne chiaro come si trattasse anche di palese inadeguatezza, mancando nella classe politica PDS-DS-PD le competenze tecniche essenziali per la gestione economica di un paese. Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini, Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, furono tutti tecnocrati, indipendenti, molto “credibili” in quanto alla loro adesione al consenso neoliberista che sembrava dominare il mondo. Per questo furono subito erti a paladini della nuova “sinistra”, che per governare era disposta a fare ciò che un tempo rimproverava alla destra. I governi di centro-sinistra sposarono in pieno i dettami imposti dal vincolo esterno: la riforma del lavoro, che iniziava il lungo processo di svalutazione interna introducendo precarietà e moderazione salariale, fu opera del Governo Prodi; le privatizzazioni (le più grandi realizzate in un paese europeo) furono opera dei Governi Amato, Prodi, e D’Alema, tutte gestite dal potente Direttore Generale del Tesoro, Mario Draghi.
Il centro-destra durante tutta la cosiddetta “seconda Repubblica” rimase prigioniero del sistema di interessi personali del suo leader, Silvio Berlusconi, che sembrava più interessato ad aggirare i vincoli, esterni come interni, cercando per lo più vantaggi per sé e per le proprie aziende, piuttosto che a proporre una vera alternativa. La classe politica del centro-sinistra, invece, ha sempre diligentemente dato il suo appoggio politico alla linea economica imposta dal vincolo esterno, lasciandola gestire da “tecnici”, cosiddetti “indipendenti”. Si arriva così all’appoggio a Mario Monti e alla dottrina dei giovani parvenus à la Renzi, secondo cui “le riforme le facciamo perché vogliamo noi e non perché ce le chiede l’Europa”. Poco importa che esse siano esattamente quelle imposte dal vincolo esterno.
Verso una maturazione 
L’ostacolo principale per un’uscita dell’Italia dai vincoli esterni sarà quello di creare una classe politica all’altezza, capace non più di fare da “passacarte” delle burocrazie internazionali, ma di ricostruire e guidare un paese, per la prima volta pienamente autonomo e responsabile del proprio destino. Vorrebbe dire avere una classe dirigente capace di trattare alla pari con le principali diplomazie mondiali e con le burocrazie internazionali. Vorrebbe dire saper ponderare ogni scelta politica, prevederne le conseguenze e anticipare le reazioni degli altri. In altre parole, saper stare sulle proprie gambe. Questo era proprio il motivo di pessimismo che spingeva Carli quarant’anni fa a ritenere che, a differenza di paesi “maturi” come la Francia, l’Italia avesse invece bisogno di essere affidata al vincolo esterno.
Questa nazione relativamente giovane è stata legata mani e piedi a un vincolo esterno progressivamente più stringente, che nel bene e nel male ne ha condizionato la storia durante gli ultimi decenni. Si può argomentare che in fondo fossero valide le ragioni di quei “vincolisti” che decisero di limitare drasticamente l’autonomia e la sovranità politica nazionale nei decenni a venire, in quanto scettici riguardo le capacità della classe politica nazionale di operare per il bene del paese. Infatti gli ultimi a prendere una decisione vitale per il futuro del paese e che ne avrebbe condizionato l’esistenza per molti decenni a venire furono proprio loro, con i risultati fallimentari che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Quella sfiducia di fondo nella classe politica nazionale, quindi, potrebbe essere letta come una auto-sfiducia nelle proprie capacità. Senz’altro giustificata, col senno di poi.
Le ragioni dei “vincolisti” potranno essere smentite solo quando arriverà una nuova classe dirigente italiana, che avrà il compito di superare l’affidamento al quale il paese è stato consegnato in questa sua fase adolescenziale, per permettergli di camminare sulle proprie gambe e per evitare di frustrarne la vita da adulto. Il conflitto di classe interno, che ha caratterizzato la storia economica dell’Italia, va oggi progressivamente sfumando, man mano che tutto il paese scivola in una stagnazione e in un impoverimento senza fine. Quando questo processo sarà fermato, probabilmente con grandi costi e sacrifici, sarà importante trarre una lezione anche dalla fase che stiamo vivendo: il conflitto distributivo interno non dovrà più invocare il ricorso ad aiuti esterni, nella forma di vincoli che penalizzino una parte del paese, anche se è la parte avversa.
Il rischio è che, una volta messo il destino del paese in mani esterne, poi non si possa più tornare indietro, quando si prende atto che l’impoverimento e la sconfitta di una parte (il lavoro) finisce per trascinare con sé anche l’altra (il capitale).


giovedì 2 marzo 2017

Del Congresso di Roma. Genealogia della trascuratezza.

La Storia si può veramente definire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoti di mano i minuti, suoi prigionieri, anzi già fatti cadaveri, li richiama in vita, li passa in rassegna e li schiera di nuovo in battaglia. Scriveva Alessando Manzoni nei “Promessi Sposi.” 

Come si chiamava Manzoni, Alessandro o Alberto? Non ricordo. 

Oggi, 2017, a Roma, i minuti, le ore, i mesi e gli anni fatti cadaveri dalla Storia del Partito Democratico, sono nuovamente schierati in battaglia, questa volta, però, sono schierati nel campo avversario.
Noi le consideravamo le “migliori esperienze del centrosinistra in Italia”. Proprio perché definite “migliori”, sia quando esse erano in itinere, che ora quando appaiano morte o se non altro “passate”, le abbiamo sottratte a critiche ed al naturale dibattito presente nel più piccolo dei circoli e nella più grande delle assemblee. 
Il successo delle Amministrazioni capitoline negli anni successivi al 1994 ha sempre influenzato le scelte politiche del centrosinistra italiano. Come non ricordare la sconfitta di Rutelli Sindaco di Roma, del 2001 candidato a Presidente del Consiglio dalla coalizione de “L' Ulivo” e la costituzione del PD nel 2007 con la successiva interruzione del mandato da Sindaco di Roma e candidatura alla Presidenza del Consiglio -culminata nella sconfitta- dell'allora Sindaco di Roma Walter Veltroni alle elezioni politiche del 2008. 
Con tanto di nome del simbolo del PD "ma anche" loft in pieno centro.

Tutti i militanti, gli iscritti, i simpatizzanti e i dirigenti del Partito, non solo romano, credevano fermamente nel “Modello Roma”, modello capace di sintesi tra le culture del centrosinistra italiano con conseguente altissima raccolta di consensi nella Capitale. Modello che doveva essere esportato e trapiantato in ogni istituzione italiana. 
Perchè? Perchè funzionava. 

Infatti, Roma dal 1994 al 2008, viene baciata da 14 anni di fulgido splendore. Successi nella cultura, finalmente vista come atto di rammendo tra le scollature tra centro e periferia, nella gestione dei grandi eventi, Giubileo su tutti, successi nella pianificazione urbana, culminati con il varo del nuovo piano regolatore.
Cittadini rappresentati e coinvolti nel progetto di governo del Partito Democratico.
I volantini non erano mai abbastanza, anzi, le persone venivano a chiederceli nei gazebo. Infatti non esisisteva un banchetto senza un gazebo in cui facevamo capannello e ci intrattenevamo con i cittadini.  

Dal 2008 il buio. 
Weltroni perde le elezioni nazionali, Rutelli viene battuto da Alemanno nella corsa a Sindaco di Roma. 
Il dibattito si sospende. 
Lo shock è stato forte.

Il Partito si ritrova spiazzato, non riesce a spiegarsi come un modello che fosse riuscito ad essere tanto egemone nella capitale da essere proposto come visione del Paese vedesse la propria “mission” fallire e sgretolarsi a tal punto da consegnare la città in mano alla Destra più becera che la Capitale aveva prodotto, figlia di una reazione di minoranza a tanto fulgido splendore.

Rutelli che aveva battuto Fini 14 anni prima, perde contro il suo Delfino Alemanno, 14 anni dopo. 
Berlusconi li ha asfaltati entrambi.
Sintesi? Non tutti i modelli vanno bene per tutte le stagioni.

Ora però c'è l'opposizione ad Alemanno da fare. Le inchieste giudiziarie ci danno una mano, la brama di potere di un centrodestra che inizia un assalto ai posti di comando aprendo la stagione di “Partentopoli” ci dà l'altra, il successo alle prossime elezioni appare scontato. 
Nei corridoi di partito serpeggia l'audace affermazione che contro Alemanno avremmo potuto candidare anche un Cavallo.

Come nelle migliori ricette di cucina, però, appare la scritta “nel frattempo”, e nel frattempo che mettete a fuoco lento a cuocere un soffritto, con il passa tutto fate un bel passato di pomodoro  e...nel frattempo il soffritto se' brucia”. 

Nel frattempo, dicevamo, inizia ad affacciarsi timidamente nell'agone Politico, il Movimento 5 stelle, è ancora troppo giovane, però, per proporsi come partito di governo nella Capitale d' Italia, se non altro almeno momentaneamente. 

Alemanno non cade,ma resiste, malgrado gli scandali siano sotto gli occhi di tutti e siano benzina per il fuoco di rivincita che bruciava negli iscritti del Pd, nei suoi Militanti, nei suoi simpatizzanti e nei suoi dirigenti.  Sarà il candidato del centrodestra, orfano di Fini, che nelle capitale ha sempre avuto un suo peso.

Il Partito ha da tempo individuato lo sfidante di Alemanno, è un dirigente preparato, già Presidente della Provincia, una delle migliori leve figlie del “Modello Roma” ma con una visione sufficientemente sdradicata dal “core” del modello che aveva fallito 5 anni prima.
Ancora riecheggiano in noi le sue parole in Piazza San Cosimato “Vi verrò a cercare casa per casa, strada per strada, quartiere per quartiere, per ascoltarvi, chiedervi aiuto e per diventare protagonisti. Insieme a voi mi candiderò sindaco di Roma”

Il Partito Democratico ha una voce sola, se si candida Zingaretti, le Primarie, necessarie da statuto per l'elezione delle cariche monocratiche, non servono, il Partito è unito, compatto, pronto a riprendersi le chiavi tenunte in ostaggio per 5 lunghi anni dai fascisti che hanno depresso e impoverito quella ricchezza culturale ed economica che il centrosinistra aveva prodotto negli anni precedenti. 
Era il Luglio del 2012. 
Partiamo tutti in vacanza tranquilli per riposarci in vista degli impegni futuri. Il Candidato lo abbiamo, il vento soffia dalla nostra, la formazione culturale del partito è intatta, i progetti da portare avanti li conosciamo a memoria. 
 Ma nel frattempo... Nel Frattempo la Regione Lazio cade in un abisso forse ancora più grande di quello in cui era caduta la città. Il 24 settembre Renata Polverini a causa dei continui scandali che investono il Consiglio Regionale del Lazio, si dimette. 

Che occasione!
Chi se la sarebbe mai sognata. La destra al governo a Roma e nel Lazio ha perso la sua chance, i cittadini non le riaccorderanno la fiducia con tanta leggerezza come in passato, abbiamo l'occasione di governare Regione e Capitale d'Italia, di proporre un nuovo modello di Governo, di inaugurare una nuova stagione di successi e un nuovo percorso del centrosinistra in Italia.

Ecco in questo momento, in questo preciso momento perdiamo la bussola
Sarà stata l'euforia di vedere il nostro storico avversario ciondolare alle corde dopo il Knock-out delle inchieste giudiziarie, sarà stato che vedendo la vittoria ad un passo, per mancanza di alternative credibili, abbiamo preferito rimettere la discussione dei programmi di governo agli uomini che si sarebbero candidati ad attuarlo, sarà stata la mancanza di proposta nella protesta generale dovuta alla voglia dei dirigenti cittadini di lasciare la città per intraprendere una carriera presso la camera dei deputati - ricordiamo che il capogruppo al Comune di Roma, il Segretario del PD, la Responsabile dell'organizzazione, sono stati candidati ed eletti alle parlamentarie del Partito Democratico ed alle successive consultazioni politiche nazionali-.
Cosa successe io non lo so.
Oggi sono un semplice iscritto, all'epoca ero Presidente dei Giovani Democratici di Roma, vi assicuro che nessuno ci ha mai interpellati.

Le dichiarazioni di Zingaretti in merito al ritiro della sua candidatura a Sindaco di Roma nel 2013,- "Il 16 luglio 2012 mi ero candidato a sindaco di Roma, ma a settembre" occhio i mesi sono importantissimi "di fronte alle vicende note il Pd e il centrosinistra mi chiesero di cambiare e affrontare quella che fu definita una emergenza democratica. Io condividendo quell’analisi di una situazione veramente drammatica non ci pensai due volte e rinunciai alla candidatura e mi son buttato nell’avventura regionale”, 
confrontate con quelle di Pierluigi Bersani rilasciate nel 2015 :"Il mio candidato Sindaco per Roma era Zingaretti" meritano ancora un chiarimento: il quale partito ti ha chiesto di non candidarti? 

Ma torniamo al 2012:
Il segretario del Pd era Pierluigi Bersani.
Bersani si preparava ad affrontare delle primarie -il 25 novembre 2012- durissime contro Matteo Renzi, per eleggere colui che avrebbe guidato la Coalizione del Centrosinistra nel confronto elettorale con il sempreverde Silvio Berlusconi. 

Il Presidente del Consiglio era Mario Monti.
Il centrosinistra, salvo alcune rare eccezioni - tra cui Stefano Fassina,  oggi fuoriuscito del PD, che fu il primo ad opporsi al governo Monti ed il primo classificato alle parlamentarie del PD a Roma- appoggiava compattamente il Governo Monti rendendosi protagonista di alcune riforme ancora oggi molto discusse all'interno del partito, riforma Fornero in testa.

Il partito trovatosi nell'empasse di trovare un candidato sindaco dopo il ritiro di Nicola Zingaretti, si rifugia nello statuto: Il Candidato del centro sinistra a sindaco di Roma,  scelto dalle primarie.

Il primo a candidarsi fu David Sassoli. L'ultimo, Ignazio Marino, che raccolse le firme per la propria candidatura in meno di 24h presentandola poco prima della scandenza dei termini. Il politico di Genova, infatti, non diede immediatamente l'impressione di voler fare il Sindaco di Roma, ma di considerare la candidatura come un ripego di sogni nazionali. Infatti era stato uno dei protagonisti delle Primarie del 2009.
Marino stravince forte dell'appoggio dei partiti di sinistra (l'allora Sel ed Altri che poi negheranno la fiducia al governo del PD) - partiti da sempre influencer delle scelte nella Capitale del Partito Democratico - molti infatti attibuiscono proprio a quei partiti di sinistra l'insuccesso di Rutelli nel 2008 dovuto ad un presunto scarso impegno nel ballottaggio Rutelli/Alemanno.

Si apre la stagione, pur se con molte difficoltà, di governo della Regione Lazio e del Comune di Roma targhate Partito Democratico. 

Le elezioni sono una passeggiata sia per Zingaretti che per Marino. Sel va all'incasso con Smeriglio ( Vicepresidente in Regione Lazio e Luigi Nieri Vicesindaco a Roma. Oggi, entrambi gli uomini forti di Sel, sono tra i fondatori del Movimento Democratici e Progressisti (gli scissionisti del PD).

Inizia una nuova era per il Partito Democratico e il centrosinistra a Roma.
'Mancopegnente.